BIENNALE CALABRESE
TRA RIEVOCAZIONI E RILANCIO 


Siamo " vecchi" di un'altra Biennale. Dopo la V - passata negli annali cittadini come l'edizione del rilancio, in quanto ha riattivato il ciclo interrotto da uno stop necessitato durato 4 anni - ecco delinearsi la VI Biennale calabrese di Arte contemporanea, voluta fin dalla fondazione dall'amministrazione comunale e patrocinata dalla presenza al Consiglio regionale della Calabria, proprio perché consapevole "dell'impegno e  l'abnegazione dimostrati nelle passate edizioni".

In effetti le rassegne d'arte di Monterosso Calabro sono legate da circa vent'anni alla "tradizione del nuovo", in quanto sono state radicate in un territorio che ha sempre avvertito la necessità del cambiamento, sul presupposto che per costruire il futuro è necessario non dimenticare il peso e la forza della tradizione: quella tradizione che da traditio passa e si fa presente continuo di storia. 
Infatti la cittadina, cuore delle serre calabresi e che vanta nel suo territorio la presenza del Museo della Civiltà Contadina ed Artigiana, sotto l'alto patronato dell'Europa, è consapevole che solo attraverso i nuovi mezzi espressivi e le nuove conquiste si salvaguarda e si tramanda quella civiltà che non ha cessato la sua funzione teleologica.
In questa continuità tra Novecento e Terzo Millennio vanno collocate le manifestazioni delle ultime Biennali calabresi che, mentre da una parte confermano il primato del futurismo, attraverso la rivisitazione linguistica operata da Baldo Savonari della famosa "Battaglia" di Paolo Uccello, considerato da F. T. Marinetti un "futurista ante Utteram"; dall'altra, aprono in maniera virtuale al nostro futuro, attraverso la proiezione delle immagini della computer-art, realizzate dall'artista Ida Cerosa, decana dell'arte video e considerata dall'Enciclopedia Treccani innovatrice del linguaggio artistico italiano alle soglie del nuovo Millennio. 

In questo contesto sono state collocate le opere che riscoprono la corporeità della scrittura di Vitaldo Conte, attraverso la fusione dei segni grafici lineari con le immagini pittoriche spaziali e che si collegano alle famose parolibere degli artisti del futurismo storico, da Balla a Soffici, da Cangiullo a Buzzi, e dalle quali è nata la dinamica fonetica del verso libero, teorizzato da Marinetti e portato avanti da Belloli. 
D'altra parte la decorsa edizione non ha trascurato di rendere omaggio, per un verso, ai maestri che hanno onorato le varie edizioni delle Biennali di Monterosso, da Vivarelli a Benetton, da Greco a Minguzzi, da Bodini a Murer e Rincicotti, da Marasco a Benedetto, da Rotella a Schifano, da Borgonzoni a Bardeggia, da Gonzales a Pierangelini Recchioni, da Patroni a La Barbera, Mazzeo, Lorenzo, D'Ambrosi, Barillà, Scatragli; per l'altro verso, all'uomo di teatro Eduardo De Filippo, attraverso l'opera interpretativa dei pittori campani e irpini.

Ma il segnale della continuità, tra modernità e tradizione, si è rinsaldato con la odierna VI Biennale, che si segnala per la sua ripresa, soprattutto nell'ambito della rievocazione di alcuni importanti anniversari. 
Anche in questa edizione non viene trascurato l'approfondimento dei due poli, rappresentati dalla mostra dei futuristi calabresi, con un eccezionale corpus di disegni inediti di Boccioni e con opere pittoriche di Marasco e Benedetto di alto livello espressivo, nonché dall'omaggio che un calabrese aspromontano, Antonio D. Tripodi, ha rivolto alla poesia di Dante Alighieri. 

Non si tratta di una illustrazione di episodi delle cantiche del divino poema, ma della contemplatio della luce "luce intellettual piena d'amore" di cui parla il sommo poeta-congiunta alla visione spirituale ed essenzializzata del Paradiso.
Il settore si conclude con l'esposizione di opere espresse da artisti calabresi, che si sono imposti in sede nazionale e che hanno portato fuori della Calabria lo spirito di una tradizione che non si è conclusa nelle forme adusate ad un localismo e ad un quotidiano, oltre tutto non più esistente. Perché il calabrese non porta più la coppola (ma l'ha mai portata?), mentre ci risulta che è, oggi, operatore e imprenditore di cultura, naviga su Intemet e clicca al computer.

Da qui la "tradizione del nuovo" portata avanti da Rotella con i décollages ("Cinecittà", 1950) e i photo-reportage (Parigi, 1963); da Savelli con il bianco-su-bianco (New York, 1954); da Turchiaro con l'"arca" metafisica, tra surrealtà e tecnologia (Biennale di Venezia, 1978). 
Infine il richiamo di Silvio Amelio all'espressione usata da Carlo Levi "il futuro ha un cuore antico" e con il quale viene identificato il gruppo scultoreo "Resurrectio Day", destinato agli spazi del Ground Zero di New York. 
Infatti la Biennale calabrese è in condizione di esporre il bozzetto originale in bronzo, a ricordo della tragedia dell'11 settembre 2001 alle Due Torri e che si avvale in termini stilistici della reinvenzione michelangiolesca e della tensione espressiva propria del nostro tempo.

Senza nulla togliere alla dialettica tradizione-modenità, anzi per rafforzarne la correlazione, la VI Biennale, come abbiamo detto in esordio, si è aperta alla rievocazione di eventi lontani d'arte che ci prospettano, dalla data delle origini, una continuità-attualità che porta i segni dei nostri giorni. 
La rievocazione riguarda infatti il quarantesimo anniversario della nascita della pop-art  americana, la cui sigla - che sta per "popolare" - è apparsa per la prima volta su un collage del pittore inglese Richard Hamilton. Anche l'odierna Biennale di Venezia ha voluto ricordare l'anniversario dell'evento, ponendolo però come motivo di conflitto tra Europa ed America, al contrario della nostra rievocazione che, come quella della optical-art, viene invece ricordata nel segno della continuità con l'arte europea. È risaputo infatti che alla nascita della pop-art ha concorso la presenza a New York di artisti d'avanguardia europei, da Duchamp 15 a Ernst a Breton, in fuga da Parigi per evitare le armate di Hitler.
 
Per ricordare questi due momenti d'arte sono stati invitati il triestino-romano Mario Padovan e il napoletano-calabrese Luigi Malice, i quali hanno cercato in via sperimentale: Mario Padovan, di immettere i più svariati oggetti del quotidiano, in funzione deviante rispetto alle ossessioni-tecnologiche della pop- art originaria, perché stemperati da una "giocondità" e da una ironia
antimassificante, soprattutto più colta; Luigi Malice, di applicare sull'arte visuale, di ascendenza europea, i fenomeni percettivi e cinetici, e che posti in contrapposizione all'intento effimero della pop-art, come si sa portata a riappropriati degli oggetti utilitari e virtuali, riproduttivi della realtà.
In conclusione, siamo "vecchi" di un'altra Biennale. In verità per gli "affamati del tempo" non dovrebbe pesare tanto il tempo passato, che fa invecchiare, quanto il tempo presente che ci fa vivere, perché ci assilla con la Sua aspettativa di avvenire. Caterina da Siena, la più santa degli italiani, diceva agli "affamati del tempo" (è sua l'espressione): "II tempo che è passato voi non l'avete; il tempo ch'è a venire non siete sicuro di averlo: solo questo punto presente avete,e più no"
.


                                                                                                                                                    Luigi Tallarico
Tratto dal catalogo della VI Biennale d'Arte contemporanea

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