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ANTONIETTA CAMPILONGO |
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Nasce a Saracena (Cs) Trascorre l’infanzia e l’adolescenza al seguito della famiglia all’estero ed in altre città italiane. Si stabilisce definitivamente a Roma nel 1978 e si diploma al Liceo Artistico di Via Ripetta. Si iscrive alla Facoltà di Architettura dell’Università La Sapienza di Roma dove si laurea con una tesi storiografica riguardante la chiesa di S. Maria in Traspontina di Via della Conciliazione. Durante gli anni dell’Università continua a studiare disegno dal vero, pittura e modellazione. Attualmente vive e lavora a Roma
Le opere sono in mostra permanente presso: Roma Neo Art Gallery- Via Urbana (Colosseo), Galleria Crispi- Via Francesco Crispi (Piazza di Spagna), World Wide Artists Gallery-Piazza Barberini, Galleria Stella – Via di San Calisto (Trastevere) ; Revere , Mantova Youngmuseum - Palazzo Ducale-Centro Internazionale d'Arte Moderna e Contemporanea
Inoltre fanno parte della raccolta di molti collezionisti d’arte, e sono state premiate o selezionate a concorsi d’arte di carattere nazionale ed internazionale Le mie iniziative sono state pubblicate su numerosi cataloghi collettivi, riviste specializzate, quotidiani e settimanali nazionali ed internazionali, portali internet di interesse culturale/artistico. Catalogo personale edito da Carte Segrete - A cura di Massimo Riposati.
La documentazione bibliografica e catalogo è presente nei seguenti archivi: Bibliotheca
Hertziana, Istituto Max Planck per la storia dell'arte Archivio e centro di documentazione Careof & Viafarini -Via Farini 35 Milano
MOSTRE personali
2008 RECENSIONI e CRITICA Stefania Severi Antonietta Campilongo dipinge immagini che, pur nella piena autonomia della singola opera, nell’insieme tracciano un quadro articolato del nostro quotidiano. I suoi dipinti celebrano il gesto spontaneo, l’ambiente cittadino piccolo borghese, i personaggi che si possono incontrare d’abitudine. Ma l’analisi spassionata e accurata della “trance de vie” operata dall’artista ne fa risaltare l’elegia e il mistero, manifestandone l’elegia sottesa. La pittura di Antonietta Campilongo si colloca nel generalizzato recupero della figura e del vero che ha caratterizzato molti filoni dell’arte del ‘900, in opposizione a quelle tendenze rivoluzionarie - esemplare l’avventura Dada - che avevano finito col negare l’esistenza stessa dell’arte. Già la Pop Art degli anni Sessanta, infatti, proponeva, al di là delle implicazioni critiche, un’arte aperta a forme più popolari e comprensibili. Un appello a tornare alla realtà è stato poi propugnato, sia pure sotto diverse angolature, da Iperrealismo, Transavanguardia, Pittura della memoria…Insomma, si è sempre più affermata una voglia diffusa di tornare al quadro ed alla figurazione. La Campilongo si inserisce in tale percorso di ricerca con richiami sia alla Pop Art, in particolare a James Rosenquist, sia all’Iperrealismo, con rimandi specifici a Gerhard Richter. La sua poetica è, infatti, vicina a quella di Rosenquinst che, in una intervista, dichiarava che le cose che comparivano nei suoi dipinti «non erano veramente vecchie da diventare nostalgiche ma nemmeno nuove abbastanza da suscitar passioni». E’ indubbio che la Campilongo posi il suo occhio sulla realtà, ma il suo quotidiano risulta leggermente retrodatato, quasi a creare, appunto, quel lieve scarto che sollecita la memoria e relega il soggetto al ricordo appena trascorso. Ripensando a “La porta sembra aperta”, “Giovanni e Giovanni”, “Assenzio”, “Corteggiamento in orario di chiusura” e “Domani sarà un giorno migliore”, opere tutte degli anni 2003-2004 eseguite con varie tecniche, incontriamo, nella estrema naturalezza delle scene, un vago sentimento di già visto: dal copriletto goffrato al mobile da toeletta, dalla lampada col paralume rosso alla gonna fiorata, dal camice corto dell’infermiera al cappello dell’avventore. Tutto rimanda un po’ indietro nel tempo. Una attenzione particolare merita un nutrito gruppo di lavori degli anni 2003-2004, alcuni dei quali già citati, in cui l’artista usa la bicromia, il bianco e nero con tutte le gradazioni intermedie di grigio. Indubbio è il richiamo al bianco-nero di Richter, ma non certo per emulazione quanto per affinità di sentire: l’esigenza di ricollegarsi all’universo filmico anch’esso di buona memoria. Nell’osservare ognuno di questi dipinti, sia singolarmente che in sequenza, si ha l’impressione di trovarsi di fronte allo story board per una fiction. Una fiction ambientata ai nostri giorni, ben inteso, ma che, pur nella logica di registrare la realtà è lontana dal reale proprio come una fiction. Tutti i personaggi, infatti, concentrati nella loro parte, sembrano dimentichi dell’altro da sé. Il fruitore è chiamato, di volta in volta, ad entrare nella scena e cercare di carpire i sentimenti del o dei protagonisti, colti prevalentemente in situazioni problematiche. E’ certamente la ricerca cromatica uno dei dati distintivi di questa pittura. Il colore, infatti, spesso è rarefatto fino a ridursi non solo al bianco-nero, ma, in alcune delle ultime opere (“Nel cammino della mia vita” e “Ti racconto un sogno”), anche a due o tre colori: giallo-rosso-viola, giallo-viola-nero, con effetti quasi di solarizzazione. Qui la componente cromatica non scardina il vero ma ne sottolinea la componente magica. Entriamo dunque nello story board di Antonietta Campilongo per rivivere con lei anche la “nostra” vita perché, sicuramente, molti di noi si ritroveranno nelle situazioni da lei evocate, con gioia o con disagio, ma sempre con quel distacco che è merito del campo estetico.
Anna Maria Baratto Antonietta Campilongo è l'artista dell'attimo, colto nella sua più indifferente maestà. Il gesto distratto di tutti i giorni è celebrato nella sua vanitas con una intensità psichica spasmodica che fa del qui ed ora il vero senso della permanenza umana. Taglio fotografico , colore d'affiche quando non bianco e nero. L'uomo e la donna della porta accanto, il racconto non ha trama, non c'è un prima come non c'è un dopo. C'è solo la fissione dell'elemento etereo che sulla tela implode manifestando tutta la sua potenza comunicativa. Figure assolutamente reali, che nel loro manifestarsi celebrano l'antica memoria dell'uomo entità intermedia tra l'animale e l'angelo.
Stefano Elena I titoli di Antonietta Campilongo sono valori aggiunti, complementi che attraverso parole per sensazioni completano l’intenzione raffigurata non distante da un iperrealismo per interni, derivato da ricordi o composizioni mnemoniche, da frammenti di Wenders e Almodovar, da immagini incontrate quasi ovunque per pochi momenti ancora. Ogni opera è scena in divenire, azione in fieri che si colloca tra un ciak e quello successivo nel tradizionale modus cinematografico che aggiunge alla tipologia di stampo neofigurativo delle opere le virtù e preoccupazioni di un’attesa senza esiti, di una speranza intuitiva che si aspetta di indovinare il dopo, il fatto prossimo, proprio come al cinema, ma che realizza in tempi brevi la sua stessa inadeguatezza nei confronti di un movimento che non può – e non deve – essere previsto. Ci troviamo a frequentare un realismo tecnico e comportamentale che ci chiama a sé, invitandoci a comparire come in un cameo che subito si dissolve e nega, dopo averci concesso una breve convivenza con quelle donne quotidiane che vivono il quotidiano, con attrici che stanno muovendosi “come da copione” tra cucine, scale che salgono, tavoli di ristoranti e pose sensuali. Simili a foto di scena realizzate ad olio su tela (o carta), i lavori alternano bianco e nero a cromie accese e vere, metropolitane, piene di ombre, riflessi e sensazioni “private”, quasi lo spettatore fosse un infiltrato, un osservatore casuale e, probabilmente, non voluto. O forse lo stesso artefice di quel contesto da sceneggiatura che affascina e insieme consuma, con il suo nasconderci l’evolversi completo di esistenze bloccate. E’ ricorrente, la sospensione dei fatti a seguire, quelli tratti da storie vere che eleggono qui il loro frangente più eloquente e rappresentativo come un provino su emozioni che dovranno protrarsi o persino divenire ricorrenti. Se la vita scorre e il cammino procede, casuale e curioso, le aspettative possono essere ritratte e non invecchiare, rimanere eterne e giovani scene cult estratte da un intero percorso esistenziale che diventa estetico, esattamente e minuziosamente contenuto dentro tele che non cambieranno i fatti. Con il rispetto pedissequo con cui il cinema può tradurre un testo senza ridurne l’attendibilità, la Campilongo gira composit dipinti che riassumono ansie e riflessioni, corteggiamenti e speranze, intuizioni e illusioni direttamente prelevate dai giorni consueti, dalle ore di tutti che continuano a svolgersi in ambienti apparentemente già visti, sino a costruire contesti interi che sembrano influenzati da poetiche blues irruvidite dalla concretezza spietata di vite che durano a lungo. Possiamo guardarle e cercare di ascoltarle, le opere di Antonietta Campilongo, così apertamente intime e non prescritte, così vicine eppur isolate nelle loro stesse ambientazioni sigillate dove immancabilmente qualche individuo esiste, assorto e preso, spesso convinto e ormai esperto, a volte rasserenato dalla certezza che su ciò a cui non si rinuncia si può sempre contare.
Jill Laurie Che siano la bellezza archietettonica, scenari di vita quotidiana, nei caffè o nei luoghi di sosta per romantici appuntamenti, o le pose cittadine, l'intrigo della città è quasi senza fine. Dai contesti meravigliosamente originali che riempiono un quasi equilibrato vuoto, interno di una cena di Courtney Miller Bellairs si passa al grattacielo che sembra allungarsi senza fine fino al cielo nel quadro "looking up" di Lucile Montague. Dalla visione posteriore di un uomo ingobbito in John Vincent nei suoi interni d'atmosfera nel quadro intitolato "Budapest" passiamo all'ardente femme fatale che dimora un tipico interno d'appartamento magistralmente dipinto da Antonietta Campilongo. Antonietta Campilongo, un'artista Italiana, nutre una forte passione per la pittura che balza fuori dalle sue tele e cattura l'osservatore con il potere della sua immaginazione. Le sue immagini stilizzate celebrano una gestualità spontanea o l'atmosfera cittadina della media borghesia, che noi possiamo definire "city posing", (ovvero, pose cittadine). Lei è davvero l'artista del momento.
Alba Battisti Il viaggio nella pittura di Antonietta Campilongo inizia con Sogno d’inverno, un quadro che apre cronologicamente la mostra intitolata Metamorfosi di un sogno e che dichiara a priori la natura onirica delle 13 tele esposte dal 3 all’11 Settembre nel cinquecentesco Palazzo Sersale di Cerisano. La Mostra si inserisce nell’ambito del tradizionale appuntamento con il Festival delle Serre giunto alla sua XIII edizione e che quest’anno ha voluto aprire, oltre alle già collaudate sezioni di musica jazz, classica teatro e cinema, anche una sezione dedicata alle arti figurative pregiandosi di esporre per la prima volta in Calabria, le opere di un’artista già apprezzata in molte parti d’Europa. Formatasi nell’ambiente artistico romano, la Campilongo è di origini calabresi (Saracena), conseguita la laurea in Architettura si è presto dedicata quasi esclusivamente alla pittura emergendo per l’originalità dei soggetti e per il gusto raffinato che contraddistingue le sue opere. Quella esposta al Sersale di Cerisano è la produzione più recente di Antonietta Campilongo, almeno nella maggior parte delle opere (soltanto tre i quadri appartenenti al 2003 ed al 2004). Sono tele che narrano pittoricamente un sogno che l’artista racconta attraverso immagini che si rincorrono da un quadro all’altro. Già nella prima tela si colgono i tratti caratteristici della pittura della Campilongo: colori liquidi, quasi trasparenti, indizi di una poetica espressa nitidamente nei tratti decisi delle sagome e dei profili. I colori sono spesso quelli essenziali, a volte lividi, a volte sgargianti, utili a suggerire atmosfere o tensioni emotive; i toni diventano prolungamento cromatico dei personaggi che popolano le tele; come gli azzurri e i verdi interrotti dal rosso vivo a cui è aggrappato l’acrobata funambolo de Il gioco della natura. Guardando le opere di Antonietta Campilongo non si può evitare di pensare ad Hopper, cambia però il registro semantico. Simile è l’attenzione per i particolari architettonici (dovuti in parte agli studi universitari dell’artista), somigliante anche la scelta delle figure i cui abiti riproducono un’epoca precisa e un preciso contesto sociale, più urgente nella Campilongo, rispetto al grande Hopper, la necessità di raccontare emozioni e sentimenti. I quadri diventano immediate introspezioni capaci di catturare magneticamente lo sguardo di chi le osserva
Stella Tasca L’artista Antonietta Campilongo espone in “solo uno… a colori”una serie lavori che hanno come linea in comune il colore non colore del bianco-nero e delle lievi sfumature che girano intorno a queste gradazioni. I suoi dipinti sono frammenti di ricordi, di sogni o di vissuti personali che si specchiano però esattamente nelle storie altrui perché descrittive di un quotidiano comune. L’artista dipinge immagini che, pur nella piena autonomia della singola opera, nell’insieme tracciano un quadro articolato del nostro quotidiano. I suoi dipinti celebrano il gesto spontaneo, l’ambiente cittadino piccolo borghese, i personaggi che si possono incontrare d’abitudine. Ma l’analisi spassionata e accurata della “trance de vie” operata dall’artista ne fa risaltare l’elegia e il mistero, manifestandone l’elegia sottesa. E’ indubbio che la Campilongo posi il suo occhio sulla realtà, ma il suo quotidiano risulta leggermente retrodatato, quasi a creare, appunto, quel lieve scarto che sollecita la memoria e relega il soggetto al ricordo appena trascorso. Protagonista il colore , il suo modo di usarlo e ricrearlo adattandolo a questo mondo spesso onirico che necessita quasi di una sua sfumatura particolare. Una attenzione particolare merita la usa bicromia, il bianco e nero con tutte le gradazioni intermedie di grigio. Indubbio è il richiamo al bianco-nero di Richter, ma non certo per emulazione quanto per affinità di sentire: l’esigenza di ricollegarsi all’universo filmico anch’esso di buona memoria. C'è solo la fissione dell'elemento etereo che sulla tela implode manifestando tutta la sua potenza comunicativa. Figure assolutamente reali, che nel loro manifestarsi celebrano l'antica memoria dell'uomo entità intermedia tra l'animale e l'angelo. Simili a foto di scena realizzate ad olio su tela (o carta), i lavori alternano bianco e nero a cromie accese e vere, metropolitane, piene di ombre, riflessi e sensazioni “private”, quasi lo spettatore fosse un infiltrato, un osservatore casuale e, probabilmente, non voluto. O forse lo stesso artefice di quel contesto da sceneggiatura che affascina e insieme consuma, con il suo nasconderci l’evolversi completo di esistenze bloccate. E’ ricorrente, la sospensione dei fatti a seguire, quelli tratti da storie vere che eleggono qui il loro frangente più eloquente e rappresentativo come un provino su emozioni che dovranno protrarsi o persino divenire ricorrenti. Se la vita scorre e il cammino procede, casuale e curioso, le aspettative possono essere ritratte e non invecchiare, rimanere eterne e giovani scene cult estratte da un intero percorso esistenziale che diventa estetico, esattamente e minuziosamente contenuto dentro tele che non cambieranno i fatti. Con il rispetto pedissequo con cui il cinema può tradurre un testo senza ridurne l’attendibilità, la Campilongo gira composit dipinti che riassumono ansie e riflessioni, corteggiamenti e speranze, intuizioni e illusioni direttamente prelevate dai giorni consueti, dalle ore di tutti che continuano a svolgersi in ambienti apparentemente già visti, sino a costruire contesti interi che sembrano influenzati da poetiche blues irruvidite dalla concretezza spietata di vite che durano a lungo.
Marina Zatta Antonietta Campilongo affonda le sue radici nella pop-art europea. Stella Tasca sottolinea che i dipinti della Campilongo sono frammenti di ricordi, di sogni o di vissuti personali che si specchiano però esattamente nelle storie altrui perché descrittive di un quotidiano comune. I lavori esposti mostra no una particolare combinazione di ricerca in bianco e nero che racconta un insieme, come in un lavoro trittico, ma al contempo ciascun frammento si presenta come un se compiuto, capace di vivere da solo pur se creato in relazione con l’insieme.
Luca Curci Pigmenti di colore su tela… Ancora… sfacciati! Come i titoli, del resto, delle sue opere… alquanto espliciti! Bisogno di verità, dunque? Abbattiamo le maschere, i geroglifici, il subliminale… Lei ci racconta quello che vede e quello che sente con estrema semplicità, chiarezza. E così naturalmente si da a noi, al suo pubblico che la ama per questa sua dote di mancare di frivoli, di arrivare dritta al punto. Un colpo di fucile. La sua opera è lì. È nuda. Non ha bisogno di molto per essere giustificata. La sua opera è lei. Una donna che ama, che ascolta gli odori, i rumori, le urla, i bisogni dei suoi simili annegati nella realtà, e gliela restituisce prosciugata e vera. Francesco Giulio Farachi Un attimo, una vita. La luce, a volte, ha un taglio netto, culminante. Accade quando un attimo diventa significativo, quando gli elementi della scena si compongono attorno ad un nucleo, ad un centro focale, e pare che nulla sia più lì per caso o per concomitanza di eventi, ma tutto quanto sembra disposto ad arte per creare uno sfondo di narrazione. A volte, il ricordo si condensa in una sorta di rappresentazione limpida e tersa di sensazioni, come un lampo di suggestione su cui rimangono stagliati i profili della vita. A volte, siamo noi che guardiamo più con gli occhi della mente e rivestiamo momenti quotidiani di uno splendore di straordinarietà. Antonietta Campilongo sa di predare. Usa, cosciente e disinvolta, di questa distorsione che il senso opera sulla realtà, ne intride le superfici pittoriche, la rimanda indietro cristallizzata, fissa e duratura nella sua propria subitanea ed effimera esistenza. La pittrice si appropria della imagerie quotidiana, cattura scenari di odierno contesto urbano, disegna deflagrazioni di istanti, e fa librare minute sospensioni del tempo, fuggevoli impressioni disperse sullo scorrere prevaricante della vita. C’è un fondo di affilata ironia, quando questo stillare dall’ordinario, dal dejà vu, accoglie ambientazioni, atmosfere, visi e personaggi carpiti dalle scene di film. È la rappresentazione di una dialettica irrisolta, quasi che la vita, ogni vita, subisse nelle sue pieghe uno spasmo drammatico e teatrale che perennemente gioca di rincalzo al dispiegarsi inavvertibile degli eventi; è come se ogni momento celasse una potenzialità d’innesco, si caricasse per scattare nel parossismo dell’evento romanzesco, eccezionale. È la nostra comune illusione, il nostro compiacimento, pensare a quel colore di straordinarietà che crediamo, o che desideriamo, abbia la nostra esistenza; ma è anche la nostra esperienza, avvertire l’assieparsi di fatti ed emozioni dentro una frazione infinitesima di tempo, la sensazione di un orlo che si va colmando, consapevolezza della tensione superficiale un attimo prima che il liquido di una vicenda trabocchi. L’artista racconta e fa raccontare. Nei suoi quadri c’è sempre un vuoto, uno spazio assente, un fuori campo su cui stanno convergendo tutti gli antefatti e tutti gli sviluppi possibili. L’inquadratura conserva una sua parzialità, da cui viene pressoché esclusa la pienezza, ma quindi anche l’oggettiva rappresentazione, dell’azione. Tutto può sempre accadere, perché in effetti cosa stia accadendo resta inespresso. Ed allora non solo il soggetto ritratto, non solo l’autore, ma anche l’osservatore diventa narratore e narrato, tutti si ritrovano e si reinterpretano secondo i ruoli, e si scoprono a parlare di sé e della propria vita. Campilongo riserva un luogo per l’immaginario. Anche perché la sua tecnica espressiva - che si dispiega agilmente tra modi dell’iperrealismo, della pop art, del realismo fotografico, dell’espressionismo fumettistico e grafico - solo apparentemente indulge ad una rappresentazione di meccanico ricalco della realtà, ad un’effettività veristica e senza scampo. Invece, su questa base esteriormente impersonale, l’artista armonizza vivide accensioni di colore, effetti di solarizzazione, di sgranatura, di opacizzazione e rifrazione. Fino ad asciugare le tinte nelle gradazioni di grigio, fino all’astrazione ed allo straniamento di contrapposizioni d’ombra. Talune volte tutto si riveste di nitida coloritura, divampa di luce e toni; altre, il pastello di una penombra sfuma i contorni ed i riflessi; altre ancora, il colore viene assorbito al bianco-nero di un’esplosione di luce, come la sovraesposizione ad un flash troppo ravvicinato, o come una distillazione che lascia solo la purezza di un’immagine, di una sostanza, di un’emozione. E dunque Antonietta Campilongo gioca di contrappasso. Tanto il momento rimane fisso, come in apnea, delimitato e sospeso anche nei suoi canoni formali, nella sua aderenza alla realtà, tanto esso sembra essere immobilizzato nel fermo-immagine di storie accertate; tanto di contro si espande, nasconde implicazioni e prospettive, scava nella profondità di intime proiezioni, si innerva su trame d’esistenze, vive avventure carnali e fascinazioni personali. Cosicché la vastità e complessità dei mondi interiori e privati si rivela e compone solo in limpidi frammenti di tempo ed evento, sequenza di esigue scene, intreccio di sfaccettature e di atmosfere. Ed un attimo racchiude così un tempo prolungato, infinito. Il tempo giusto per il racconto della vita. . |
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| Appuntamento in orario | Giovanni | Giuseppe | Ricordo |
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Antonietta Campilongo |
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