EDOARDO BARUZZI

Edoardo Baruzzi nasce a Forlì il 3 marzo 1941. 
Dipinge fin dalla prima adolescenza; dal '54 al '55 riceve i primi rudimenti di disegno e pittura dall'artista forlivese Eugenio Barbieri. Nel '55 partecipa al "Premio Campigna", ottenendo una segnalazione e, per via della giovane età, un premio speciale della Giuria. Le scelte, prima scolastiche, poi professionali, lo porteranno ad intraprendere la carriera di elettrotecnico progettista, a cui sono legati i lunghi soggiorni in Basilicata, a Milano, Roma, in Libia, Egitto, Belgio, Iran.
L'amore per la pittura, trascurato per le esigenze lavorative ma mai sopito, lo induce, negli anni di residenza a Milano (sino al 1972), a partecipare a collettive (nel cui ambito fra gli altri esponeva anche Roberto Crippa), spingendolo, poi, nel corso del soggiorno ad Anversa, a contatto con un fervido ambiente artistico, a scegliere di riprendere in mano, in modo continuativo, pennelli e colori, ai quali si voterà dal '94, non appena raggiunto il pensionamento.
Al suo attivo, oltre alle numerose collettive, anche alcune personali, soprattutto in Basilicata, ove spesso preferisce ritirarsi in tranquillità, a stretto contatto con questo territorio, che sin dall'inizio lo ha affascinato.

Ultima esposizione personale

 Centro Culturale S.Anna in Forlì
"gesto, colore, natura
@
condizione umana" 

"Del tutto emblematico appare il titolo di questa personale: suggerito dall'artista stesso, esso assai efficacemente sintetizza, con la chiarezza e la decisione che di Baruzzi sono peculiari, gli intenti estetici ed ideali che egli ha assunto a fondamento della propria attività pittorica.
Siffatta consapevolezza programmatica è manifesta nell'artista sin dall'inizio: nel 1996, infatti, in occasione della sua prima personale, egli così scrive: "Sono sempre stato vicino alla Lucania, terra ricca e povera contemporaneamente: povera solo materialmente, ma estremamente ricca di valori sacrosanti. Ebbene, il mio interesse primario è quello di tentare di comunicare la storia passata e presente di quei luoghi e di quelle genti: la mia vuole essere una sintesi di trent'anni di esperienza vissuta (anche se saltuariamente), espressa con le immagini e col linguaggio dei colori, con la potenza della fantasia e il filtro dei ricordi".
Al termine, dunque, dell'attività lavorativa, quando Baruzzi poté dedicarsi interamente alla pittura, la Lucania divenne la sua quasi esclusiva fonte di ispirazione, una Lucania raffigurata, "con negli occhi e nella mente l'insegnamento di Carlo Levi", nei "sassi" di Matera, nei lunari calanchi, nelle case, nelle agavi, nelle cascate di fichi d'India, negli oliveti, negli uomini e donne che vi vivono.
Nel contempo, i tramiti espressivi vennero individuati da Baruzzi innanzitutto in un robusto realismo, lontano da ogni pedissequa trasposizione del reale e pervaso, al contrario, da forti venature poetiche, dalle quali traspariva "il continuo gioco di specchi tra vicenda personale e vicenda storica!, tra trasporto lirico e volontà di dare un'interpretazione del mondo raffigurato, o comunque, di testimoniare le valenze.
Altra fondamentale componente stilistica risultarono i colori, decisi, vividi, stesi col "gusto" della matericità, tali quindi da acquisire una plastica incisività e accostati in modo da evidenziare i contrasti e far risaltare ombre nette, "usati" con una partecipazione emotiva che portava ad accensioni di luce e suggeriva, soprattutto nelle raffigurazioni della natura, una carnosità quasi fisica.
Una lunga premessa, la mia, per poter individuare come, ferme restando le componenti essenziali dell'arte di Baruzzi, esse, e conseguentemente le opere, ora si siano trasformate, come questa personale documenta con dovizia.
L'artista, in primo luogo, ha sempre più concentrato la propria attenzione sul trattamento delle superfici sulle quali il gesto pittorico si concretizza, lavorandole con stucchi, polveri di marmo, cemento a presa rapida, sì da renderle più o meno scabre, più o meno variegate, effetti che i colori sottolineano, acquisendo per essi, nel momento in cui l'emergenza della raffigurazione è affidata non più allo spessore reale delle cromie, ma alla diversa consistenza del piano sottostante, caratteri più sfumati, più morbidi, più soffusi che, in quanto tali, hanno effetti fortemente evocativi.
Se la Lucania rimane il tema prediletto, tuttavia il potente sentimento della natura, presente sin dall'inizio, risulta in queste ultime creazioni ulteriormente accentuato, divenendo assoluto, dominante a scapito della figura umana, ormai scomparsa.
Nel contempo, ad una sempre maggiore libertà espressiva, che approda ad inflessioni ormai informali, corrisponde un proposito di indagine sempre più approfondita e, insieme, di sintesi, una ricerca di essenzialità, che è tensione volta a cogliere il cuore dell'immagine, a superarne l'apparenza esteriore per lasciarne trasparire l'essenza più vera, quella interiore.
Consideriamo le attuali vedute di Baruzzi o gli specifici elementi naturalistici che egli isola, onde assicurare loro uno spicco emblematico (quali, come egli stesso scrive, "gli ulivi millenari dall'aspetto umano, o i gruppi di agavi indicanti il cielo"): queste immagini sono ormai "paesaggi dell'anima", ricerca e riflessione esistenziale.
Il più alto raggiungimento in tal senso è senza dubbio costituito dall'opera "Argille" (febbraio 2003): in ogni caso, il confronto speculare fra le realizzazioni precedenti e quelle attuali rende palese, palpabile il percorso sopra descritto.
Il cerchio ideale suggerito dal titolo di questa personale così si chiude: il gesto, il colore, la natura sono per Edoardo Baruzzi strumenti per indagare la condizione umana.
E' significativo che questa loro funzione sia riassunta mediante la chiocciola informatica (@), simbolo di per sé si apertura e per l'artista espressione di curiosità intelettuale, assai viva pure nei confronti della contemporaneità tecnologica, espressione, altresì, di impegno a continuare il cammino verso quelle terre "lontane e misteriose", a cui lo stesso artista fa riferimento nella dedica che compare in "Argille" (febbraio 2003). Non possiamo che augurargli buon viaggio.!

Flavia Bugani (Forlì, settembre 2003) 

Argille Matera, Città d'argilla, Città di pietra Intreccio di agavi La morte dell'agave

Edoardo Baruzzi

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