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Lucio Diodati nasce a Popoli il
24 ottobre 1955.
1969 esegue il suo primo lavoro su tela; 1970 segue studi scientifici, prima e i corsi di scenografia
all'Accademia di Belle
Arti de L'Aquila poi, 1979, acquista un torchio calcografico.
1980 espone durante il festival dei Due Mondi a Spoleto.
1981 scopre la pittura acrilica; 1985 è di quest'anno il lavoro
"amiche".
1990 Santoro scrive di lui...E'
la stagione delle fanciulle, giovani donne dagli occhi sognanti. Il taglio degli occhi, i
dettagli del collo, le bocche flessuose rimandano al Botticelli e a Piero della Francesca, più che
ad un fin troppo ovvio Modigliani.
1997 scopre il computer. 1998 dopo aver lavorato senza confrontarsi con altre
esperienze, decide di mostrare suoi lavori ad un più vasto pubblico (Arte di aprile).
1999 conosce Gennaro Fidia, espone nella sua galleria di via Brunetti a Roma.
2000 personale a L'Aquila. 2001 espone suoi lavori a Parma e Reggio Emilia (Immagina),
scrive Mauro Nuzzo... le opere di Diodati hanno la caratteristica di apparire sempre
in
luoghi insoliti, i suoi personaggi sembrano vivere in una storia già stata, ma non scritta,
percorrono luoghi nuovi per l'arte a Parma, ci fanno compagnia...
2002 partecipa a L'Havana a un'incontro culturale Italia - Cuba.
Espone a Salerno.
Scrive di lui Olga Chieffi...Il Diodati-Arlecchino, ci ricorda vagamente il Cherubino
mozartiano, aggirantesi tra innumerevoli donne diverse, in paesaggi solari, scherzosi,
vacanzieri, trasformandosi, a volte anche in carabiniere, per meglio sorvegliare le sue
donne ora sensuali, ora feline, ora malinconiche, ora altezzose.
Espone a Potenza.
Scrive Franco Corrado...Al di là degli intendimenti di Diodati più o meno decifrabili, a noi
piace considerare la sua pittura come momenti diretti. A sottolineare, con un pizzico di
ironia, forse anche con atteggiamenti allusivi o dissacratori al limite dello
sberleffo, l'idelebile simbioticità del rapporto uomo - donna e la necessità di custodirne i valori
più autentici.
Nota Paolo Levi...Lucio Diodati cerca uno stretto rapporto fra tecnica e contenuto, crea in ogni composizione
un'atmosfera evanescente che con la sua manualità pittorica rende originale e
riconoscibile. Il suo procedere va collocato nell'ambito di una narrazione pittorica, ben lontana
dalla satira, dove la cronaca è squisitamente allusiva , o semplicemente testimone di
avvenimenti umani innocenti. Inizia a giocare con l'argilla per dare corpo alle sue
donne...
Vittorio Sgarbi, scrive di lui:
I paesaggi umani di Lucio Diodati rivelano radici profonde nelle correnti
artistiche che si sono succedute nella prima metà dello scorso secolo. Non
è comunque facile precisare la collocazione di questo artista, che pure è
pervenuto a una personale sintesi di quelle lezioni. Il suo modo di
narrare e trasfigurare la figura umana, parla il linguaggio di riferimento
del tardo espressionismo, quantomeno dove egli si esprime con accenni di
ironia critica, e forse persino di divertimento, nella trasmutazione delle
figure rappresentate. La sua visione è fortemente soggettiva e penetra
all’interno dei visi, oltre gli sguardi, a scrutare una realtà di cui
sembra prendersi gioco. Superando il realismo sociale, che nel ventennio
dagli anni Cinquanta ai Settanta faceva il contropelo al perbenismo della
borghesia, egli immette i suoi personaggi in una scenografia neutrale. Le
sue figure sembrano condividere un rituale collettivo, ma fra di loro non
dialogano, non si guardano mai in faccia, tutt’al più mettono in mostra,
una di fianco all’altra, la loro personale mascheratura che rivela
un’appartenenza sociale, se non l’essenza nascosta di una psicologia che
si limita a prendere atto dell’esistere, senza turbamenti. O forse queste
figure sono solo attente a dare di sé un’immagine liscia e composta di
sicurezza. Del tutto personalissimo è questo modo di esporre, in primi
piani e senza sfondo, la vita di creature non parlanti, e probabilmente
anche un poco limitate nel sentire. Sono borghesi asettici dal lungo collo
teso in atteggiamento di ascolto curioso, garbati carabinieri un poco
guardinghi, cappellini bizzarri che la dicono lunga sulle riflessioni
delle signore che li indossano, giovani scollature un poco azzardate di
una femminilità esibita con una garbata innocenza. La qualità della
pittura gioca su tagli volutamente atonali, ma ad un esame più
approfondito si possono cogliere i toni, i controtoni, le ombre di
contrasto e la vivacità del taglio coloristico che caratterizza la
struttura sostanzialmente scenografica dell’insieme, sempre illuminato da
una luce diretta e solare. Lucio Diodati tende a occupare lo spazio della
tela con la pienezza delle volumetrie cromatiche, che delineano
sinteticamente i corpi in tasselli geometrici di taglio quasi cubista.
Alle spalle dei suoi personaggi lo spazio è vuoto, salvo alludere a una
linea di orizzonte marino, o a quinte di colore modulate in stesure
astratte. Questi fondi non decodificabili sono funzionali
all’accentuazione dell’espressività stuporosa delle figure umane, che
sembrano attendere, non solo con gli occhi ma anche con tutto il busto –
le gambe non appaiono mai, come in un’inquadratura fotografica a distanza
ravvicinata – un suggerimento da qualche misterioso interlocutore. In
questi lavori si avverte la necessità di un’affermazione sulla pittura
come gusto teatrale dell’immagine, dove una calda ironia tempera, persino
con dolcezza, il gioco delle apparenze sospeso sul filo della problematica
sociale. C’è anche un certo gusto realista del particolare, sia
nell’accentuazione delle anatomie, che nell’accurata ricostruzione degli
abbigliamenti e degli accessori. La riconoscibilità della situazione evita
tuttavia le implicazioni narrative, e l’insieme di questi teatrini lascia
volutamente in sospeso le possibili domande sulle intenzioni del loro
autore. Diodati non pare affatto disposto a enunciare qualche fumoso
intendimento etico dietro le trame di queste sue scene di vita, avendo
evidentemente scelto di porgere solo l’evidenza delle sue capacità
descrittive. Ne prendiamo atto con apprezzamento.
2003 International Artexpo New York - con ARTITALY.
Espone a Casarano (Lecce).
Sulle strade di L'Avana (Cuba) racconta in " impressioni dal vero" i sorrisi e i colori
delle donne cubane, dipinge una tela lunga venti metri.
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