Orazio Barbagallo nasce a Monza il 17 febbraio 1961 da una famiglia in cui il mestiere dello scalpellino era tramandato di padre in figlio.
A quattordici anni s’iscrive all’istituto statale d’arte di Monza e successivamente all’accademia di Brera.
Nel 1980 partecipa alla sua prima mostra collettiva al castello di Merate (CO).
Dal 1988 Inizia un intenso periodo espositivo che lo porta a Roma, Modena, Carpi, Bergamo, Taormina e Zurigo.
Nel 1992 ha una mostra personale presso il Palazzo degli studi di Monza, e l’anno successivo una personale alla galleria Zeusi di Monza, a novembre dello stesso anno è selezionato e invitato ad esporre presso il Palazzo della Permanente a Milano per il Premio San Carlo.
Nel 1996 espone presso la galleria del centro d’arte VAAS di Vence, ospite della signora Marion Duteutre gallerista e mecenate. In agosto partecipa al II simposio di scultura di Spinetoli (AP), realizzando un’opera dal titolo ”Prisma” che è presente nella collezione del MUSEO DELLA SCULTURA della cittadina.
Da quell’anno una serie di viaggi all’estero gli permette di allacciare rapporti di collaborazione con diverse gallerie d’arte europee, tra le quali la Peter Brughel Art Gallery di Amsterdam e la Galerie Angerer in Austria.
Nel 1997 esegue due mosaici con il tema dell’Annunciazione per la facciata della chiesa Santa Margherita in Vimercate. A marzo la MIA mostra internazionale dell’arredamento, lo invita ad esporre alcune sculture di grandi dimensioni all’interno della manifestazione.
Nel luglio 1999 espone al centro d’arte VAAS a Vence (Francia) in collettiva con cinque scultori, a dicembre partecipa ad Arte Europa di Reggio Emilia.
Nel 2000 il primo museo Cateriniano di Castiglion d’Orcia (SI) gli richiede una scultura da inserire nel museo dedicato alla Santa. E lo invita a partecipare ad una collettiva “sul tema Cateriniano” nella Rocca di Tentennano. A giugno è presente alla II rassegna internazionale di scultura Radicondoli-Belfote (SI) con il catalogo curato da Gilberto Madioni.
A dicembre sono inaugurati i due pannelli di bronzo realizzati sul tema del Nuovo e Vecchio Testamento per l’altare della chiesa Santa Margherita in Vimercate.
Nel 2001 in aprile la Torre medioevale di Colnago (MI) ospita una sua mostra personale, a giugno è invitato a partecipare con sei sculture all’INCONTRO EUROPEO DI SCULTURA a Montauban (Francia).
Nello stesso anno partecipa ai simposi “Ascoltando la pietra” a Casatenovo e “MOTO PERPETUO (tra paganesimo e religione) ” a Pescocostanzo (AQ), quest’ultimo curato dal critico Franco Migliaccio.
Nel 2002 dona una scultura “Nike” al nascente museo d’arte contemporanea Vito Mele Basilica-Santuario ” S.Maria de Finibus Terrae” a Santa Maria di Leuca, in aprile personale presentata da Giorgio Seveso presso la sala mostre Villa Camperio in Villasanta (MI).
Come il vento (una scultura per Michele Alboreto) è la manifestazione curata da Franco Migliaccio alla quale è invitato a partecipare nel 2003 con un bozzetto per concorrere alla realizzazione del monumento in Rozzano (MI) nel ricordo del pilota. Bozzetto che con gli altri partecipanti al concorso farà parte del museo dedicato ad Alboreto.
A maggio collettiva a Villa Litta di lainate (MI).
TRA ARCAISMO E ATTUALITÀ
Un senso di déjà vu, di avere già vedute queste forme, può sgorgare dalle pieghe più profonde e sepolte dell’animo
umano, dagli archetipi che ognuno di noi porta dentro e che di tanto in tanto solo qualche artista riesce a riportare in superficie. Artisti come appunto il nostro Barbagallo, che le trova, queste forme, riscoprendole dentro di sé tra arcaismo e attualità, tra antiche negritudini alla Aimé Césaire e citazioni ellenistiche o gotiche, tra simboli e allegorie incastonate in una assorta sinte-si plastica.
Attualità e arcaismo, appunto, come già l’amico Martucci aveva riassunto nel titolo di uno scritto a lui dedicato, e che
costituiscono le sponde di questa felice ma insieme assorta ricerca dell’artista lombardo.
Quello che mi è subito piaciuto nel suo lavoro è proprio questa sua autenticità originaria, questa sorgiva ispirazione diretta,
interiore, rivolta a sostanze profonde che superano a volo ogni opportunismo formale o di gusto. La scultura, difatti, può
davvero diventare, secondo il tragico aforisma di Arturo Martini, una lingua morta laddove e quando l’artista che oggi la pratica si rifaccia soltanto e meramente alle pure ragioni della forma, condizionando i segni plastici e l’immaginario alle esclusive logiche del gusto. Ma, considerando il lavoro di Barbagallo, possiamo accorgerci di essere invece di fronte a un artista che, pur maneggiando e padroneggiando un repertorio formale ed espressivo di decisa attualità, in cui importante ed evidente è il ruolo della formalizzazione, non ha per nulla e mai rinunciato tuttavia a volere ben viva la sua scultura, ad impegnarsi perché le sue opere riescano davvero, e intensamente, a comunicare con la nostra sensibilità, nel collegamento al grande serbatoio di valori e sentimenti indistinti e sospesi che agitano l’inconscio dell’uomo.
E ciò accade, direi, anche per l'evidente e costante allusività figurativa che, a differenza oggi di altri suoi coetanei e
conterranei, è presente nelle sue elaborazioni. Difatti, le stilizzazioni e le geometrizzazioni che sotto le sue mani percorrono il
metallo e il legno, la terracotta e la pietra, non appaiono mai fini a se stesse, non risultano mai esclusivamente ispirate alle semplici ragioni del bello scultoreo o a quelle di una precisa e rigida sintassi stilistica, e si collegano invece, grazie alla
chimica misteriosa della poesia, alle sostanze emozionali della
figuratività.
Ma accade, soprattutto, perché di tutta evidenza non è solo la definizione della struttura plastica a interessarlo. In altre
parole, la sua formalizzazione dell'immagine non è mai soltanto formalistica, e si riscalda invece al calore di un immaginario ben più complesso e completo, in cui si possono ritrovare, sì, gli spazi della ricerca ma anche si rinvengono una
concentrazione, una meditazione, un fervore liricamente precisi.
Barbagallo, che viene da una famiglia di piglio tutto artigianale (il mestiere di scalpellino, da lui, era tramandato di padre in figlio) è, anche per questo, artista di non semplice e immediata lettura. Il suo rapporto con i materiali dell'immaginazione è, infatti, un rapporto complesso, di scavo e di sintesi, che si reg-ge su una profonda e quasi istintiva o connaturata perizia
tecnica, raffinata poi all’Istituto d’Arte monzese e all’Accademia di Brera, e vive soprattutto come rapporto affettivo, come coinvolgimento emozionale al sentimento stesso dell'esistere e della vita. Per questi motivi il suo lavoro si svolge secondo lente e assorte maturazioni tematiche che, con approfondimenti, riprese, nuove intuizioni e ritorni, gira attorno al tema dell'essenza antropomorfa di alcune forme/tipo
dall'arcaico sapore emblematico. Un tema che innesca, appunto, la fantasia, la dilatazione lirica, la metafora poetica interna alle forme stesse, e trascina suggestivamente le tensioni tattili e plastiche della scultura in un largo territorio evocativo.
Le sue figure chine o raggomitolate, spigolose, sintetiche, slanciate verso iperboliche dilatazioni e mutazioni anatomiche, ne sono uno dei primari centri d’attenzione. Insieme, beninteso, alle coppie sedute che, come per i celebri manichini di Giorgio De Chirico nei “Grandi archeologi”, esibiscono una loro
impassibile metafisica staticità, fatta di emblema e di silenzio. E insieme al ricordo, ritornante in molte immagini più massicce e individuali, delle “grandi madri” di Henry Moore e della loro ambigua, tondeggiante, totemica arcaicità. Per non dire,
ancora, del geometrismo magico di Fritz Wotruba e per non riparlare delle misteriose, quasi antropologiche coincidenze con un certo tipo di artigianato africano che, come dicevo all’inizio, affonda le sue radici nell’humus germinativo della specie, là dove appunto il grande poeta nero Aimé Césaire indicava una delle fonti vitali dell’immaginario umano.
La mia negritudine non è né torre né cattedrale
si tuffa nella carne rossa del sole
si tuffa nella carne ardente della storia
percorre l’opaco abbattimento
con la sua diritta pazienza del futuro.
Non sarà per caso, a questo proposito, che un’intera parete della casa di Barbagallo è occupata da una collezione di sculture africane…
Il suo lavoro, insomma, e tutta l’elaborazione interiore che lo accompagna, non è un compimento figurale di solo gusto,
abbandonato all'impulso e all'estro, ma è affidato, invece, a un sentimento preesistente, che lentamente viene distillandosi in un attento studio preventivo dell'idea d'immagine da fissare. Studio, o progetto, che procede contemporaneamente alla
valutazione e all'apprezzamento sapiente di ogni aspetto e particolarità naturali della materia nella quale la scultura verrà poi eseguita.
Il suo lavoro deve essere davvero inteso, dunque, come la rivendicazione di una totale libertà dell'artista a seguire, ogni giorno, il proprio istinto e le proprie ragioni ispirative al di là di ogni pregiudiziale o moda stilistica e, anche, al di là di ogni motivo apparente di coerenza. Poiché, appunto, la coerenza
autentica non è d'ordine formale, linguistico, bensì risiede
nell'intensità del rapporto poetico e trasfiguratore con le cose.
È anche in questo senso che la scultura di Barbagallo presenta delle curiose singolarità, dei tratti estremamente personali, che certo discendono in qualche modo dalla sua storia individuale, dalla sua formazione e dalle sue esperienze esistenziali oltre che dalla sua istintività sorgiva. Intanto, il rapporto tra la
società che lo circonda e i valori (o i disvalori) dell'immaginario collettivo oggi prevalente è, in lui, fortemente critico,
pungente, talvolta esplicitamente risentito. Non è un caso che anche lui, come molti altri artisti, abbia scelto di vivere in campagna, un po’ defilato insomma nei tempi e luoghi visivi quotidiani dal frastuono esistenziale delle nostre metropoli, dal loro
gremitissimo vuoto. Ciò accade, beninteso, non perché egli sia un disadattato, un deraciné, un ribelle caratteriale; ma perché, al contrario, avverte internamente che il calore delle sue tensioni ideali, delle cose che sente, anche magari in tutta la loro
spigolosa semplicità, oggi si è fatto sempre più estraneo alle arie che respiriamo quotidianamente.
Un senso di solidarietà verso gli uomini, verso la natura, verso la vita non può coincidere e neppure pacificamente convivere con il cinismo, la violenza latente, le alienazioni inaudite che oggi condizionano le culture urbane dell'uomo.
Da qui, certamente, discende uno dei motivi plastici caratteristici del suo lavoro, talvolta, appunto, così aspro, spigoloso,
robustamente ruvido e risentito. Un tono di fondo, dunque, la cui consistenza appare addirittura come il traslato di umori
esistenzialistici, come la traduzione di una condizione testimoniale nella ricerca e nel recupero di valori fermi, densi, importanti per l’uomo...
E, tuttavia, grazie al lirismo che lo percorre, tale tono non è mai negativo, mai pessimistico o rinunciatario.
Nei soggetti e nelle forme il suo non è mai un chiudersi in sé, non è mai l'eco sordo di un rifiuto. Le idee e i sentimenti
sinceri non hanno, per lui, bisogno di didascalie, di letteratura, di enfasi. L'opera proviene direttamente dai materiali psicologici ispirati appunto da quelle idee e sentimenti, e dunque è già di per sé significativa, alludendovi nella sua totalità, nella sua molteplice complessità di motivi.
È un giudizio che si trasferisce direttamente, a ben guardare, anche sul piano della visione che egli ha del rapporto tra la scultura e gli spazi esterni, cioè, in breve, della possibile monumentalità della scultura.
I monumenti e le grandi sculture da esterni hanno il rischio e i limiti del celebrativo e, insieme, del decorativo. Anche
Barbagallo ne ha eseguiti alcuni, sia a tema che più dilatati e
immaginifici, pensando sempre, però, quando e se possibile, a sfuggire alla monumentalità che, appunto, ne costituisce il maggior pericolo. E in questo è vicino, bisogna dirlo, agli
orientamenti di altri ammirevoli scultori di una modernità che si collega ai valori dell’eterno, da Marino Marini a Henry Moore, ai già citati Arturo Martini e Wotruba... Dunque, anche qui e come lui, artisti connotati da una chiave estremamente moderna e al contempo di "classicità" ben precisa.
Ogni poeta, come scriveva Antonio Porta, sa che il proprio lavoro nasce dalla necessità di esprimersi, e in secondo luogo di esprimere. In seguito a queste due necessità, il poeta è colui che si forgia un linguaggio, ed è proprio dal linguaggio che si vede se qualcuno è realmente poeta: la necessità di esprimersi o il sentimento da soli non bastano. Nel caso di Barbagallo, e delle sue poesie in forma di scultura, lo scolpire e il conformare si sono costruiti e rifiniti energicamente in un linguaggio ormai incontestabilmente suo, con assidua densità di spunti e soluzio-ni espressive. E soprattutto, oggi che ha da poco superato i
quarant’anni e si avvia a una fervida e adulta artisticità, un linguaggio fatto di emozioni concrete, di riconoscibile identità compiuta, di reale personalità comunicativa.
Giorgio Seveso
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