Adeodato Piazza Nicolai

apnicolai@hotmail.com

 

Padova, al bar Lara

 

Sorride, osserva  e discute

mentre arriva il solito coro

per la palanca del giorno:

“dame on goto de bianco

dame on goto de nero, dame

dame che go tanta sen

prima de ‘ndare a magnare…”

Parla e versa e sorride

come Lara di Zhivago

ma sempre ciarla d’amore.

Nel microsolco del bar

il giorno s’insabbia

nei pettegolezzi  illusioni

quisquilie  fandonie

inconsciamente

bevute come l’ossigeno. 

Canta e ricolma bicchieri.

La vita bella sbiadisce

con qualche ruttino.

 

 

L’APOCALISSE:  SONETTO METAFIXICO   

 

 I:  PROEMIO

               

è scoppiata la fine del nostro universo

disfatta la rosa mistica dall’entropia malefica.

Sì, anche Merlino rimane ghiacciato/fossilizzato

dalla magia distruttrice nel labirinto del non-tempospazio. 

Ma sempre si reincarna, ritorna, anche se si fa, si disfà, si rifà

sempre in un processo continuo, eterno, infinito –

ecco incarnata la perpetua ricerca dell’ “O” irrefrenabile

come il fluire dell’onda oceanica, delle vibrazioni cristalline del cosmo.

Magone primordiale, crei-divori eternamente le tue creature

nell’illusione ossessiva di mangiarti così l’uovo dell’eternità 

e l’uovo-essenza di vita sempre sfugge dalle tue fauci affamate. 

La lotta è continua, spietata, crudele, ma vince la luce.

Vuoi le mie membra, la mia carne lacerata, le vene dissanguate,

le ossa tritate come sabbia del Sahara. 

Strappa! Mangia! Divora! Eternamente rigurgiterai

la vita che mai digererai.  Vivi attraverso la simbiosi

le tue labbra infette, scarnificate succhiano il midollo

di scheletri rapiti dall’odiosenza misura.  Disperatamente

vuoi soddisfare la tua orrenda fame mangiando cadaveri. 

Anche le tue pupille accese dalla morte succhiano, succhiano

l’essenza già trasparita e trasumanata.  Vivi di morte

perchè, sempre-morto, sogni la vita...Vuoi condannarmi al silenzio,

spaccare il filo di seta che semplicemente mi unisce

al volto eterno, infinito, lanciato nel sacro

inanellamento già dichiarato, ormai segnato dal Verbo,

dalla caritas incarnata che rispecchia ogni mistica unione

fra sole/luna, luce/notte, atlantide/atlantico, yin/yang,

jonarosa/cardinale.  Odio/rancore, tu mai vincerai!

  

 

II:   UNA PARTITA DI POKER

 

L’Asso di Spade trafigge la Regina di Diamanti. 

Incomincia il guerrilla warfare dove fanti e cavalli dal 10 al 2

sono reliquie pleistoceniche.  L’elicoide cristallina più non tiene.

Crollo irreversibile, totale.  Sparuto, è sparito anche l’Uroboros

e del Mandala neppure una traccia.  Nada sopravvive nel Nirvana:

tutto è nulla, nulla è tutto.  Divorziato l’Either dall’Or. 

L’Ur-urlo subissato soffocato. 

Il nulla tiene quel tutto che molla? Apocalisse oppure eclisse

sviata sull’ellisse entropologica. ... Impera la lucenera nell’occhio

cieco-tranquillo dell’Ur-agano? Può darsi.  Eppure la nera

luce fa braccio-di-ferro con la sua twin-shadow.  Chi vive? 

Chi muore?  Nulla e nessuno.  La biscia azteca ancora striscia

tra l’erba comicosmica completamente carbonizzata da vampe solari-stellari-crepuscolari. 

E il vaso del cosmo si spacca si spande si stringe; si fà si disfà, si rifà? 

Do-re-mi-fa...rat-at-tat-taaa!!!   Come Esterina spunta inattesa sull’orlo del cosmo

una Regina del Corazón.  In limine, balla né dentro né fuori.

La guerra è pace e tutto tace sul fronte ovest.

La fronte si disumana nel trittico di Janus.  E re Artù dov’è finito?

Sparito a braccetto con JFK nel ghetto di Dallas? 

Adesso discutono, flauti effluviali, Of Freedom & Bondage con Martin L. King. 

Però de gustibus non disputandum, miei cari amici.  Seppellito il bisbetico Kingfisher

per ora si sa che la commedia è finita; ci resti soltanto a barlume una vita...

 

  

III:   IL CARNEVALE DI VENEZIA

 

Qua tutto è una doppia finzione.  Provvisoriamente scartato

il castello/processo kafkiano, l’uomo tommaso ha scoperto una morte

a venezia; a yasnaya polyana il vecchio vegliardo scriveva di resurrezioni,

trasumanando lampeggi di ogni archetipica pro/ regregressione verso il calvario. 

Nell’Uncertainty Principle virtualmente sdoppiata è qualunque realtà:

suicidio-omicido-stillicidio del dio mediolano.  Yes, god is dead.  Attendiamo Godot.

Maschere, maschere ballano-brillano sulle valli e sulle calli,

sui tronchi dei ponti, nelle cunette dei vaporetti. 

Sono vapori-bagliori intrappolati nella mimesi del corpo fangoso- mimoso. 

Al carnevale, dove la carne vale non-vale, tutto trasforma tradisce e poi trasparisce

sbiadisce nella laguna: Monna Fortuna innamorata di Domna Scarogna flessuosa sinuosa,

del sottofondo perfetta fogna. Sediamoci al lido, tessiamo il filò-filastrocca-focaccia

mentre l’anguilla sparuta tranquilla s’invola (frusta d’amore)

verso il Tamigi per assaporarsi un barbagigi: bagaglio/muraglia

di cozzi aguzzati ben oltre il giardino-bambino. 

Inferno: si balla l’inverno a Venezia in attesa del doge (droga) che sposa di nuovo

per sempre la doppia illusione a Venezia-Venigia, mia serenissima

domna madonna attrice matrice.

 

 

IV:   FANDANGO SIBERIANO

 

Rivoluzioni sul ghiaccio: ogni barriera è sparita, disfatto il confine;

il principio è la fine.  No longer can tell the dancer from the ball.

Gli amanti di dottor zhivago come diamanti sprizzati dal ghiaccio -- larayuri/yurilara. 

La bella di amherst sentiva una mosca ronzare mentre nell’assoluto silenzio

il re si presenta e nelle finestre muore la luce finchè lei non vede che vede...

che terribile beltà nella probabilità di un ordine a Key West

dove lei canta oltre il genio del mare.

Poi viene roberto ghiacciato a rammentarci di quella strada mai presa.

Ma come trovare la strada segnata negli infiniti paesaggi

di taiga e di tundra, di conche lunari, di pozzi scaldati da Strontium 90? 

Basta ballare finchè l’anello sparisce nel solco

e le armoniche del cosmo si spaccano a vicenda

e spiccano frammenti d’ala verso la scala del vecchio giacobbe. 

Abba, padre!  Pietà, madre!  Tutto incomincia là dove  quel tutto è sfinito. 

Ben ritornate gentili nostre gemelle alfetta-ormega/alma-mia-strega.

Cerchiamo di nuovo la strada mai presa...

 

 

Sono incerto

 

 Solitario, questo abete tripun

tato costeggia un campanile.

L’inverno ingessato da nebbie

completa il paesaggio. Da

questa finestra vibrano foglie

di palma. Appena passato

anche questo Natale, non so

veramente che cosa mi assale,

frammenti lamenti barbagli

di specchi in questo giardino

di  scarse penombre. Lei scrive.

Io sono incerto di essere al mondo

in questi bagagli fatali.

 

La fioraia

 

   Giacché noi uomini dobbiamo mangiare

   il frutto dalle scaltre fauci del serpente.

   

Ottantenne, curva, gentile

da più di sessant’anni recide

gambi verdi di fiori dal vivo

per il camposanto: narcisi peonie

gigli mughetti giacinti crisantemi

non-ti-scordar-di-mè. I morti

aspettano. Racimola steli, pistilli

lacrime della madonna, calici e

foglie. I visitatori vogliono tutto

per seminare il giardino virtuale.

L’ho fatto per tutta la vita, lei si

ricorda, mentre le dita stecchite

intrecciano tre rose bianche.

È il mio mestiere. Parlo con tutti.

Bisbiglia e poi tace, raccolta

in preghiera. Silenziosamente

i sopravvissuti parlano ai morti

coi petali della memoria …

 

La fragilità dell’artista

 

Aveva conosciuto la solitudine e la violenza

dell’incomprensione, l’impossibilità di esprimere

i pensieri arroventati dall’incomunicabilità del paradosso,

perché sarebbe stato impossibile far capire le profonde ferite

dell’anima di cui un artista, solo un artista, è portatore.

                        

Col piffero sveglia accarezza pizzica

implora deplora rapisce le note selvagge

che poi disperato abbandona.  Le corde

violate dall’arco tremano piangono cadono

come rugiada sul foglio piegato del gazzettino

dimenticato: notizie masticate/defecate.

L’insonnia linfeggia l’artista isolato insistente

insolente mentre la notte schiarisce il cervello

e tutto fermenta dentro il crogiolo impazzito –

larve serpeggiano nei labirinti del divenire

lucciole spente sibillano sillabe stanche feroci

incubi crescono turbano muoiono e qualche

barlume lampeggia nel vasto silenzio

che muore sul primo fischio di un merlo

affamato affabulato dall’antica fantasia.

Pieghi la fronte sull’orlo del tuo tavolino

sogni le note del vecchio violino ma sempre

la notte risponde.  Nel dormiveglia la penna

sbiadisce.  Ritorna la ruota del nuovo mattino.

 

Michelagnolo,

  

a volte nel nodo del nome

sembra nascosto il segreto,

sembra una briciola d’ambra

sull’orlo di un greto,

la serpentina di anelli scavata

nel tondo di un ceppo,

framenti d’insetto fissati

tra crepe di ghiaccio…

Forse metafora dell’angelo

bambino, eternamente

sembri lagnarti

della tua prima caduta

dallo scaffale del cielo.

Sei làgnolo pietrificato

nel marmo levigato,

codificato nella parola

graffiata con le tue dita,

imprigionato nelle sibille

della Sistina. Questa

mattina mi sono svegliato

dentro il budello del nome…

 

Descartes Incarti Scarti

  

rifiuti, garbage, immondizie…

Ho appena letto “al Gold Age

di Riva del Garda” e lo scarto

è cliccato: al goldage, neologismo

francese? (la loro Accademia

cancella anglecismi e altre

contaminazioni barbariche).

Che cosa direbbe Descartes

sul putrido inquinaggio

scarafaggio globale? Niente

probabilmente: un silenzio

tipicamente dei galli chiarisce

tutto. Il parlare franco non

è più francese bensì la lingua

discesa attraverso la manica

per disinfettare il nostro New

World. Sopravviveremo?

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