Dino Sorrentino

 gerardosorrentino@aruba.it
 

Non Osate
(
Dedicata al poeta Alekos Panagulis)

Non amo la vita
più di quanto non ami già la morte:
è una questione di equilibrio,
e se la Temide dalla mano destra armata
un giorno mi chiamerà lungo le oscure strade dell’infinito
potrò fare di un timido sospiro
la più violenta vendetta che un uomo possa immaginare,
ma non osate voi,
che dell’udito sperate solo,
di poter conservare in memoria
l’ultimo rantolo del ribelle,
sarebbe troppo pericoloso concedervi tale onore,
potreste comprendere un minimo di dignità
che dall’inferno vi sputerò contro,
oh no, restate dietro al vostro pastore,
che vi protegge per quel che siete,
non cambiate la vostra indole,
un giorno lo faranno i vostri figli,
e allora un’immensa e tragica risata
vi sommergerà da valli lontane
e da tempi da troppo andati.


MI FATE RIDERE


Ciò che più si teme potrà mai esser salvezza?
Chi potrà mai esser il Salvatore?
Chi c’incatena potrà mai salvarci?
Mi fate ridere!
E il mio riso v’inghiotte
E vi vomita come foste merda,
siete la mia continua scoperta
di quanto sia buio il fondo,
di quanto sia ridicolo il senso profondo
della vostra giustizia,
e le vostre sicurezze
sono l’appendice delle vostre paure.

Ho un solo desiderio:

vedervi accanto al vostro “miglior peccato”
e poi giudicarvi secondo il vostro buon senso.


Visioni


Vedo libellule dalle ali di cristallo
Zavorrate da pensieri lucidi di vernice

Sagome da luna-park
Bersagli cadenti… i miei sogni
Le unghie… delle tue speranze
Le dita… delle mie illusioni
Le mani… dell’indifferenza
Le braccia… della forza incompiuta
Ergersi verso l’alto e chiamar Dio
Per una nuova sceneggiatura
Le grida… le ultime bestemmie
Quelle di un cuore a chiazze rosse
Spiaccicato sulle mura della stanza.

Brandelli d’anima i superstiti,
gli ultimi ospiti sgraditi
di terre profane,
i pensieri come dita che graffiano
la lavagna della vita,
si percuote la vela del desiderio
in un ritmo funebre
d’alta scuola militare,
sanguina la memoria
nel dipingere ricordi
andati così come treni,
l’agonia sferza l’aria
trapassa con urla
il delirio dell’ultimo cammino,

così come preghiera cantata
per l’assassinio dell’ultimo Dio
scelto dalla umana vanità.

Le trombe s’alzano ad arco
annunciano l’ospite indiscreto

“Lodata la bianca maschera”

“Lodata la falce per la sera”

gli angeli in volo sputano fuoco
strazi di viscere colmano le strade
mansueta la carità chiude gli occhi
sul vecchio mondo e la terra
inaridita ruba spazio
ai semi del veleno quotidiano
in un miracolo di fede nella vita
un petalo governato da un vento gelido
è un sorriso per gli occhi dei sopravvissuti,
al macero le vecchie carcasse
pronte per concimare le vecchie terre
per i nuovi inquilini del mondo.


Tutto finisce.



Ho intascato ricordi da buttare giù
come se fossero spiccioli persi
in tasche troppo grandi
per tenerne conto,
e sì, tutto finisce e si spegne,come la fiamma argentea di una candela,
troppo stanca per resistere al vento gelido
del silenzio.


Io vento


Io, puledro sperduto in questa prateria
allagata dallo sputo di Bacco,
cosa potrò mai alleviare
a quest’umanità vagante,
come potrò mai concedermi tregua
se è la vita ad essere condanna.

Io vento, tempesta, uragano,
che apre le porte
per poi sbatterle all’uscita
come e cosa potrò fare
per scagionare e alleviare
il dolore che scaturisce ad ogni domanda
che aborto trova per risposta?

L’arguzia dell’ubriaco
potrà mai far spazio nella mente
come la breccia di un’idea sacrosanta?

Il concetto di valore
contrapposto all’interesse
oppure semplice immaturità
è la teodicea del mio agire?

Qual Dio se non il mio cuore
potrà mai condannarmi?


Da quel rogo
(
Dedicata a Giordano Bruno)

Tu guardavi il cielo
e dove per altri era mistero
tu vedevi l'universo
e infiniti mondi,
e nella semplicità di un granello di sabbia
vedevi l'immenso splendore che si specchiava
con l'unico spirito divino possibile,
quello della reale misericordia,
quello che non faceva del potere
degno motivo di sua rappresentanza.

Hai creduto fino alla morte nell'uomo
e da quel rogo esala ancora
impassibile e fermo il tuo pensiero,

credere nella forza di un seme
che germoglia fra le terre arse
dall'ipocrisia e dall'intolleranza,

credere nella magia dell'armonia
che tutto quieta nella consapevolezza,

credere nella semplicità di un seme
nel quale specchiare il tutto del fluire universo,
uno sguardo diretto verso il cielo
senza l'apparenza a far da inganno.

Hai fatto del ricordo arte
traducendo il pensiero in immagine
e l'immagine dilatata si espandeva
verso l'infinito dello scibile,
e della tua morte hai fatto sigillo d'eternità,
pensiero irripetibile della causa eterna
della natura effetto senza limite,

hai creduto fino alla morte nell'uomo

hai creduto nella forza di un seme
che germoglia fra le terre arse
dal pregiudizio e dall'intolleranza.


L’ultimo gesto


Cerco nelle tasche dell’anima
un motivo degno
per non barcollare tra tristezza
e un’insana malinconia.

Avrei mille e più ragioni
per tirare la veste alla morte,
ma non sarà la cecità di un attimo
a far d’eternità un’intuizione.

Strascichi di ricordi
a far da guida a un’anima troppo stanca
ma la storia è troppo lunga per essere attraversata
dalla purezza di due ali senza artigli.

Mi chiedo con franchezza quale sarà l’ultimo gesto
degno di questo palcoscenico,
e avaro d’emozioni mi trafiggo
cuore ed anima per uno spunto che doni poesia.

Ma la poesia è magia,
è l’arcobaleno di mille colori
nel cielo dipinto senza colori,
e ancora una volta mi chiedo come, quando e perché,
ma che senso hanno mille domande che non trovan risposta.

Potrei chiedere in prestito alla fantasia mille parole,
sarebbero l’estremo tentativo di lasciare una traccia
su una spiaggia orfana di orme
cancellate dalla marea del tempo.

E ora son giunto alla fine
possa calare il palcoscenico con anticipo,
la fine come eterno tentativo
di una silenziosa eternità.

Forse è stato solo una puntata persa
quella di una vita spenta
tra un gargarismo stanco di un contreau
e un avanzo di pizza fra le dita.

Annaspo nel credere ad un'eguale possibilità
quella riconosciuta ad ogni uomo di vivere
e lasciarsi vivere secondo la propria morale
ma sconsolato m’accascio contro un muro
e m’accorgo che è pura illusione la libera espressione.

Ma la Poesia è magia,
è l’arcobaleno di mille colori
in un cielo senza più colori,
guardo e mi rattristo: un muro completamente bianco
mancano i graffiti degli ultimi Artisti di strada.

Vorrei un mondo colorato,
intriso dallo stridere dell’anima,
e a volte senti che una regola
è profondamente inadeguata,
perché semplicemente non sente il pulsare del cuore.

Spazzerei via ricordi e nostalgia
per poter ricominciare dalla purezza di un’anima
che non ha mai saputo conoscere
la convenienza di un compromesso.

L’orizzonte è lontano
ma quanti passi sono stati fatti per veder sorgere
il Sole che attendevo.

Dov’è più quel sole?

Gelido scende lo scenario
di un’epoca senza più speranza
senza più pietà,
orfana di eroi e di idee.

Ma la Poesia è magia
è un pezzo di cielo rubato a Dio,
a un Dio orfano delle proprie speranze,
del proprio amore infinito
per suo figlio che non comprende più.

E mi verrebbe voglia di sputare in viso a potenti
e ai vili che assecondano il loro gioco di supremazia,
e alla fine so di aver sbagliato
ho preso lista dei mie fallimenti
ho lasciato sterile la mia voglia di comprendere.

Ma cosa volete che questo sia
se non il casino delle mie idee
il rigurgito annacquato di un nuovo pretesto
quello di coltivare sogni in un campo arido.

Ma cosa volete che vi dica,
siamo tutti il risultato di una vita
andata così senza un itinerario ben preciso,
abbiamo perso bussola e speranza ancor prima
che la sera delle stelle dei desideri potesse riconciliarci con la vita.

E l’Anarchia di un mondo di uomini liberi e uguali
resta la proiezione di un mondo egualitario
dove non esista più la parola che possa diminuire
l’immensa dignità del ”pezzente”
e della sua grande capacità di sognare.

Ma la Poesia è magia
è l’ultimo rantolo del ribelle
la fase di ricostruzione del grande spirito,
quello che pervade la gioia di essere un guerriero,
un guerriero dell’anima.


Masaniello
(
Luglio 1647, Napoli)

Serra, serra, serra,
si gridava per le strade,
e la protesta infuriava,
botteghe e case chiudevano battente
contro il mal governo
che il popolo affamava.

La farina aumentava
e Bernardina, moglie del pescivendolo,
cercò farina senza pagar gabella
ma fu l’ingiusto arresto a trattenerla
e Tommaso giurò vendetta.

La Piazza del Mercato di Napoli
si riempì dei Lazzari
al grido di riscossa di Masaniello:

MORTE AL MAL GOVERNO.

Il trono spagnolo tremò
e per quietar tempesta
fece del pescivendolo
Capitano Generale del Popolo.

Ora bastava un suo cenno
per un taglio di testa
e i diseredati lo acclamavano,
e nel trionfale discorso di vittoria
in un impeto fra follia e rabbia
dichiarò guerra ai soprusi della nobile gente
e nel farlo si denudò
e completamente nudo,
fra sberleffi e risate popolane,
gridò il suo sogno di giustizia.

Ma l’arroganza,
triste malattia del potere,
gli prese la mano,
e fece sua residenza
l’abitato dei suoi vicini.

I nemici aumentavano,
la sua presenza dallo spagnolo mal gradita,
e fu quindi con inganno
che si concluse la storia di Masaniello.

Fu decapitato, come ultimo oltraggio,
ma la gente l’amava,
e i Lazzari unirono testa al corpo
e fu esequie presso la chiesa del Carmine.

La moglie Bernardina,
caduta ormai in miseria,
fece del suo corpo merce,
fra le risate e il sarcasmo
del soldato spagnolo irrispettoso,
che tante volte era stato salvato
dal Masaniello dall’ira del popolo.

La peste a lì a poco
la condannò a morte
che mise fine allo scempio
dell’onore di colei
che era stata regina del popolo.

Questa è la storia di Tommaso Aniello d’Amalfi
meteora condannata dal tempo
a risplendere nei ricordi della sua terra
come Masaniello

Capitano Generale del Popolo.

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