Antonio Sapienza
Pensieri miei
Porto a spasso i miei pensieri.
Li accudisco, li accontento,
Li accarezzo, li accolgo
Dentro la mia mente;
In mezzo alla bambagia
Li faccio riposare,
Decantare,
Imputridire,
Dissolvere.
... Poi
Circondato
Da certezze salate, umori viscidi,
Sensazioni fangose;
Avvinto
Da vizi atavici, abitudini secolari,
Pigrizia cosmica;
Percorso
Da cime d'inerzia, serpeggianti dolori,
Ondulati rimorsi;
Immobile
Tra sussurri acidi, voci scolorite,
Melodie puzzolenti;
Abbandono
Delicate cicute, luminose nausee,
Vacui bordelli;
Lascio
Saporite scorie, odorose maledizioni,
Soavi vaffanculo!
Tormentato
Da bassezza congenita, sublime sciupio,
Grigia inesistenza;
Invoco
Giusti sentori, caldo splendore,
Sincere sinfonie;
Cerco
Palpitanti illusioni, effimero desiderio,
Lieve speranza;
Trovo
Un pensiero,
Un sepolcro di luce, poi
Il Nulla!
La faccia.
Mi sussurra sarcastica,
passandomi accanto, veloce:
- Non te la prendere..-
Rispondo risentito:
- Prendere? Cosa?-
Ma lei, già lontana, fa spallucce.
Monto in collera:
La ricorro,
ho il fiatone,
la raggiungo, l'afferro, la giro con
violenza e grido:
- Ma chi sei, battona!-
... E vedo specchiato nel suo,
il mio viso da cavallo.
- Allora, imbecille?-
Mi sibila, gelida, in faccia la mia
faccia!
E io passo…
Affastellati lungo i sentieri della vita
Stanno i miei ricordi.
Appesi sulle staccionate, come panni al sole,
Guardano mute le mie ore.
E io passo.
Da un ricordo d’innamorato,
O da un tramonto dimenticato
- tra cadenti ciglia attempate -
Occhi stracchi
Fiutano cime mai raggiunte
( Ma, raggiungibili?),
Fatti di sogni logorati – delusioni…
E io passo.
Miagolando, stridule, su carrucole arrugginite
- - Come sipario di velluto rosso,
Stinto,
Sdrucito,
Polveroso,
Strapieno d’anni e di parole –
Calano palpebre scarlatte;
Mentre una gocciolina di vecchiezza
Disseta zolle di riposo.
E io passo.
Come faccio a capirti, Borges.
Come faccio a capirti, Borges
Quando parli di condottieri, di guerre,
Di spade e tamburi.
Come faccio a capirti
Quando parli d’Israele, d’Inghilterra,
Di Junin
E della Buenos Aires di Juan Murana.
Come faccio a capirti
Quando parli dei valorosi guerrieri
Di Plaza de Mayo
( Quelli con lo scannatore al seguito).
Come faccio a capirti
Quando erri nel passato carico
Di rimpianti,
Di ricordi,
Di Tenute.
Di Avi.
Come faccio a capirti…
Poi, il Gaucho mi fa sobbalzare:
Il coltello è mio fratello;
La chitarra mia sorella.
E il tuo buio mi è amico;
La cenere della cenere la capisco;
Lo specchio ricorrente non mi sorprende;
Il tuo sogno – incubo, lo intuisco;
Il tuo fiume lo conosco,
E così le tue stelle.
Ma…ma, quell’innocenza della belva
Mi commuove.
E qui mi smarrisco.
Muro di gomma.
Vaga è la notte.
I sogni svaniti;
Spenti gli sguardi
Negli occhi appassiti.
Logora è la vita, piatta l’ora
E i momenti infiniti
Marciscono
- - desolati e stanchi.
Sirene e non solo sirene;
Chimere e non solo chimere;
Parole e solo parole:
Voglio la Verità
Ma un Muro di gomma
Mi circonda:
E un Rumore s’avanza;
La Notte è più buia;
La luce non brilla;
La Vita s’imbrutta.
Non resisto più!
Voglio la Verità.
Muro di gomma
E distrutti i sentimenti;
La Gioia
Di quei momenti;
Mistero e delitti,
E gli ideali trafitti.
Poi parole, parole, parole,
E soltanto parole
Vuote.
Voglio la Verità!
Com’è dolce…
Com’è dolce, com’è morbida e carezzevole,
Com’è profonda, com’è accogliente,
Come brucia!
Com’è avvincente, com’è inebriante e sublime
- La Donna!
E il Creatore, stupito,
La colmò di tutti i Beni;
E all’uomo dette solo
- Scarti.
E’ Lei la prima Creatura
( Il compagno Le fu tratto, chiaro!)
Lei Principio e Fine di ogni uomo nato
- Maschio.
Lei, che t’avvolge;
Lei, che ti travolge,
E’ sempre Lei, che con un
- Sorriso
Ti sconvolge.
Chi non è Morto fra le Sue Braccia
Alzi la mano!
E chi non l’alza,
Ahimè, è Povero
Sfortunato.
Sentiero-natura.
Bevo aria fresca e silenzio
mentre vuoto di pensieri,
vago sulle costole della Montagna.
- Ma, che strano azzurro è mai
quello che avvolge
quel cratere fumoso,
che riposa molle e sonnolento,
come un vecchio fumatore d’oppio -
E, intanto, arrancando sul sentiero
ripido come la mia vita,
calpesto i ciottoli e le mie ore.
Bevo aria fresca e silenzio,
quando i miei occhi abbacinati,
fuggono la luce, dolenti,
e si placano solo tra ciuffi,
rughe,
e rotondità renose,
che le mie scarpe calcano,
simile ad una carezza audace,
- come a volerla penetrare -
col mio corpo che conosce il piacere,
con la mia mente che lo ricorda,
col mio ricordo che l’affievolisce.
Bevo aria fresca e silenzio
sfiorando il fugace riposo
del cratere che conosce
il sublime turgore;
i boati della smania;
le scosse dell’orgasmo;
l’eruzione del viscerale magma,
che cola dai neri lombi,
abbruciatore.
Bevo aria fresca e silenzio,
mentre m’avvolge,
col timido sapore di ginestra,
una folata di Libeccio
che sa di zolfo rovente
e frulla la mia vertigine
- un attimo -
poi il suolo m’accoglie,
paziente amico,
e mi consola.